Boehringer Ingelheim Italia si può considerare un leader storico nel trattamento delle malattie cardiovascolari tra cui, in particolare, l'infarto miocardico infarto miocardico e la patologia ipertensiva. La sua presenza in tale area è infatti particolarmente significativa, in relazione ai numerosi prodotti specifici per il controllo pressorio, il trattamento dei disturbi del ritmo cardiaco, la modulazione dell'iperaggregabilità piastrinica e la terapia trombolitica nell'infarto miocardico acuto. Boehringer Ingelheim Italia promuove e coordina, inoltre, importanti ricerche sul territorio, utili non soltanto ad aggiornare i dati epidemiologici, ma anche ad affinare le strategie terapeutiche e a potenziarne l'efficacia in ambito sia ospedaliero che ambulatoriale.
La terapia delle malattie cardiovascolari si è evoluta parallelamente a due fattori:
- la progressiva diffusione, a partire dal dopoguerra, di tali malattie, che rappresentano attualmente nei paesi industrializzati un problema non soltanto sanitario ma anche sociale
- il progresso della ricerca scientifica, che ha permesso di acquisire nuove informazioni sullo sviluppo delle malattie, sul funzionamento di organi e tessuti e quindi sulle possibili strategie per contrastare i processi patologici
Boehringer Ingelheim Italia ha partecipato attivamente alla messa a punto di farmaci innovativi, contribuendo così non solo alla storia della farmacologia moderna, ma anche all'aggiornamento dei criteri di approccio terapeutici.
Ipertensione
Il termine ipertensione indica la presenza di valori pressori superiori ai limiti prestabiliti dalle linee guida dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS): 90 mmHg (millimetri di mercurio) per la pressione diastolica e 140 mmHg per la sistolica, nel gergo comune dette rispettivamente "minima" e "massima".
Molto spesso il paziente iperteso non si rende conto di esserlo in quanto non lamenta sintomi particolari e si considera quindi in buona salute. I valori pressori possono inoltre variare a seconda dell'età, del peso e delle condizioni di salute del paziente, ma il perdurare dello stato ipertensivo costituisce un grave rischio per la salute in quanto provoca danni a carico soprattutto di cervello, cuore, reni e arterie periferiche.
Tali danni possono essere correlati sia alla formazione di placche aterosclerotiche - in particolare in quei tratti dell'albero arterioso dove maggiore è la turbolenza del sangue - sia alla sofferenza dei tessuti a causa dell'impatto dell'ipertensione stessa. Alla luce di queste considerazioni è quindi facile intuire perché l'ipertensione venga considerata un fattore di rischio: è stata infatti dimostrata una precisa correlazione tra aumento della pressione e frequenza di complicanze gravi, come ictus e infarto miocardico.
Diffusione
L'ipertensione si colloca al terzo posto tra le cause di morte: provoca infatti 5 milioni di decessi ogni anno nel mondo e più di 300.000 in Italia. Un numero è purtroppo destinato a salire sensibilmente soprattutto a causa dello stile di vita adottato nei Paesi occidentali.
In Italia, in particolare, si stima che vi siano oltre 12 milioni di ipertesi, pari a più del 20% della popolazione attiva, con punte dell'80% tra gli ultrasessantacinquenni e del 5% nei giovani al di sotto dei 30 anni.
Ancor più preoccupante è un ulteriore dato emerso negli ultimi anni: il 33% degli ipertesi sarebbe all'oscuro della propria condizione patologica e almeno un terzo di quelli a cui la diagnosi è nota non seguirebbero scrupolosamente le indicazioni del proprio medico. In definitiva solo una minoranza degli ipertesi, variabile dal 6 al 27%, si può considerare sotto adeguato controllo pressorio.
Infarto miocardico
L'infarto miocardico è una malattia acuta causata dall'improvvisa interruzione dell'irrorazione sanguigna (ischemia) in una parte del cuore, per lo più a seguito della formazione di un trombo (coagulo di sangue) all'interno di un'arteria coronaria o di una sua diramazione. Grazie alle nuove terapie, tra cui quella trombolitica, in cui Boehringer Ingelheim è leader, e alla migliore organizzazione dell'assistenza al paziente infartuato (fondamentale è la tempestività del soccorso) la sopravvivenza all'episodio acuto è oggi nettamente aumentata.
Nel corso dell'anno 2000 in Italia, secondo i dati ISTAT, circa 170.000 individui d'età compresa tra 35 e 64 anni sono stati colpiti da infarto. Un dato che corrisponde a un caso ogni 3-4 minuti e a 47.000 decessi (187 morti ogni 100.000 abitanti).
Trombolisi
Per trombolisi si intende un approccio terapeutico caratterizzato dall'impiego di farmaci (detti per l'appunto trombolitici) in grado di "sciogliere" fisicamente il trombo formatosi, ripristinando così un adeguato flusso sanguigno all'interno del cuore e riducendo la mortalità in fase acuta. Ai fini della sopravvivenza del paziente è, d'altra parte, determinante un intervento il più possibile precoce, che limiti il più possibile la perdita di tessuto miocardico dovuta alla sofferenza ischemica di una parte del cuore stesso.
Ictus ischemico
L’ictus ischemico è dovuto ad un’alterazione acuta della circolazione causata da occlusione vasale correlata a trombosi locale o a trombi provenienti dal cuore o da altre arterie. È caratterizzato da un’improvvisa comparsa di segni e/o sintomi neurologici come la paresi/paralisi, mancanza di coordinazione degli arti, deficit cognitivo o disturbi del campo visivo. Invece l’ictus emorragico che rappresenta il 20% dei casi è causato dalla rottura di un vaso nel cervello stesso. Ogni anno ci sono circa 196.000 nuovi ictus in Italia, di cui circa il 30% decede nel primo mese e circa il 40% sopravvive con esiti gravemente invalidanti. Dei nuovi ictus, l’80% (circa 157.000) è rappresentato da primi episodi ed il 20% da recidive (circa 39.000 casi).
Trombolisi
L’unica terapia specifica esistente nel caso di ictus ischemico si basa sulla possibilità di sciogliere il coagulo (trombolisi). Il farmaco (r-tPA: recombinant tissue plasminogen activator) deve essere somministrato per via endovenosa nelle prime tre ore in strutture abilitate al trattamento e con personale dedicato (stroke unit).
Prevenzione secondaria
Poiché la possibilità di avere un ulteriore ictus ischemico è elevata in pazienti che hanno già avuto un evento cerebrale di tipo ischemico (TIA, ictus), è utile che venga iniziato un trattamento preventivo con farmaci che impediscono l’aggregazione delle piastrine (antiaggreganti) per contrastare la formazione di ulteriori trombi (es. aspirina, dipiridamolo, combinazione delle due molecole).
Tromboembolia venosa
La tromboembolia venosa (TEV) è una condizione che si verifica quando, a causa di un’alterazione dell’equilibrio emostatico, dovuta ad esempio ad un vaso sanguigno danneggiato, si determina la formazione di un trombo e di conseguenza l'occlusione di una vena.
La TEV comprende sia la trombosi venosa profonda (TVP) sia l’embolia polmonare (EP). La TEV può presentarsi in qualsiasi parte del sistema venoso: sebbene la maggiore parte degli eventi clinicamente importanti interessi le gambe e i polmoni, può verificarsi anche nella vena del braccio e nella vena giugulare, spesso in associazione alla presenza di una linea venosa centrale. La TVP si presenta con maggiore frequenza nelle gambe, e in questa condizione, una o più delle vene di una gamba (o delle gambe) sono ostruite da un trombo (o da più trombi). Il paziente può lamentare dolore e gonfiore, sebbene una notevole proporzione dei casi di TVP sia asintomatica. I trombi che si formano nelle gambe possono, nei casi più gravi, migrare raggiungendo l’arteria polmonare ed essere quindi causa di Embolia Polmonare. I pazienti con EP possono presentare sintomi quali dispnea ed edema, ma in alcuni di essi la patologia si presenterà in forma potenzialmente letale senza essere preannunciata da alcun sintomo.
La TEV è una condizione potenzialmente fatale e rappresenta un'importante causa di morbilità e mortalità nei pazienti ospedalizzati, in particolare in quelli sottoposti a protesi totale d’anca (PTA) o protesi totale di ginocchio (PTG). Al fine di ridurre il rischio di TEV, a questi pazienti si somministra una terapia profilattica con anticoagulanti. Senza questa precauzione, l’incidenza dei casi di TEV registrata in seguito ad interventi ortopedici è importante, con percentuali fino al 60% nei pazienti con PTG. In assenza di una corretta terapia, il rischio di TEV continua anche dopo la dimissione dall’ospedale.
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